Bignè di San Giuseppe

Bignè di San Giuseppe: ordina i tuoi a domicilio scoprendone la storia

Che festa del papà sarebbe senza bignè di San Giuseppe? E allora non rinunciarci. Sono giorni difficili per l’emergenza Coronavirus e #restareacasa non è solo un consiglio fortemente spinto dal nostro Presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Si tratta di un vero e proprio dovere civico verso sé stessi e verso la nazione. Rispettiamolo tutti insieme… ma ognuno con le proprie peculiarità. Come ben spiegato dal decreto legge, infatti, chi come noi opera nel settore food può ancora provvedere alle consegne a domicilio e noi, infatti, ci impegniamo a farti avere il dolce che sognavi per questo giorno ancora speciale.

Dal nostro laboratorio puoi avere:

  • grandi bignet alla crema (i bignè di San Giuseppe);
  • crostate;
  • paste di frolla crema e fragoline;
  • Mont Blanc.

La consegna è gratuita per ordini a partire da 10 euro ed è garantita entro le ore 16 di giovedì (giorno esatto della festa del papà). Come ordinare bignè di San Giuseppe targati Natalizi? Semplice:

Ma sei certo di sapere cosa stai per gustare?

La differenza tra bignè di San Giuseppe e zeppole

Le zeppole e i bignè di San Giuseppe non sono la stessa cosa. Spesso sono sovrapposti ma è un errore. La confusione nasce dal fatto che sono simili gli ingredienti base ma le origini sono diverse. Le zeppole sono state inventate a Napoli mentre i secondi sono un dolce tipico di Roma.

La prima ricetta scritta delle zeppole napoletane, tradizionalmente mangiate nel giorno della festa di San Giuseppe, si deve al cuoco Ippolito Cavalcanti, duca di Buonvicino e al suo trattato sulla Cucina teorico-pratica, pubblicato per la prima volta a Napoli nel 1837. Nel 1839 aggiunse l’appendice “Cusina casarinola co la lengua napolitana”, un compendio di ricette tipiche della tradizione in dialetto.

Secondo Cavalcanti la preparazione delle zeppole era la seguente:

Per fare le zeppole, piatto di rubrica in Napoli per la ricorrenza della giornata farai con due libbre e mezzo ed once tre la pasta bugné. Fatta questa pasta la porrai sulla tavola di marmo, o sul pancone verniciato d’oglio e rimenerai la pasta, della stessa ne farai tanti torta netti, non molto piccoli, e li friggerai con strutto bollentissimo, potrai ancora con oglio; appena fatta una piccola crosta li rivolterai, e con un ferro puntato espressamente o con un puntuto di legno li pungicherai dovendo vuotarsi così ed allora le zeppole saranno ottime, le rivolterai di nuovo finché giunga il loro punto di cottura biondo perfetto e le farai sgocciolare, l’accomoderai nel piatto proprio a piramide; farai un giulebbe strettissimo, ce lo verserai per sopra e poscia polverizzerai da per tutto lo zucchero e così saranno servite le zeppole.

La ricetta dei bignè di San Giuseppe romani spiega perché si tratta di un altro dolce. Ecco le sue peculiarità:

  • la pasta è meno spessa rispetto a quella delle zeppole;
  • la crema è meno densa e si trova solo all’interno;
  • il bignè ha forma rotondeggiante;
  • non c’è amarena.

Le origini del bignè di San Giusppe sono legate alla festa romana di San Giuseppe, padre di Gesù,. Nella Capitale, dal medioevo in poi, la confraternita dei falegnami finanziava e organizzava i festeggiamenti del santo e durante queste feste si vendevano, su appositi banchetti posizionati in strada, questi bignè fritti. Il cuore delle celebrazioni era all’interno e all’esterno della chiesa di San Giuseppe dei Falegnami, nel cuore di Roma a pochi passi dai Fori Imperiali. Da qui il nomignolo di “San Giuseppe frittellaro”.

Bignè di San Giuseppe

La poesia di Checco Durante

Nel 1950 Durante scrisse questo piccolo gioiello letterario sui bignè di San Giuseppe:

San Giuseppe frittellaro,
tanto bono e tanto caro,
tu che sei così potente
da aiutà la pòra gente,
tutti pieni de speranza
te spedimo quest’istanza.

Fa sparì da su ‘sta tera
chi desidera la guera;
fa venì l’era beata
che la gente affratellata
da la pace e dal lavoro
nun se scannino tra loro.

Fa che er popolo italiano
ciabbia er pane quotidiano
fatto solo de farina
senza ceci ne saggina.

Fa che calino le tasse
e la luce, er tranve e er gasse;
che ar telefono er gettone,
nun lo mettano un mijone;
che a potè legge er giornale
nun ce serva un capitale;
fa che tutto a Campidojo
vadi liscio come l’ojo;
che a li ricchi troppo ingordi
je se levino li sordi
pe’ curà quer gran malato
che sarebbe l’impiegato
che, così, l’avrebbe vinta
e s’allarga un po’ la cinta;
mò quer povero infelice
fa la cura dell’alice…
e la panza è tanto fina
che s’incolla co’ la schina.

O mio caro San Giuseppe
famme fa un ber par de peppe,
ma fa pure che er pecione
nun le facci cor cartone
che sinnò li stivaletti
doppo un mese che li metti
te li trovi co’ li spacchi
senza sola e senza tacchi.

E fa pure che er norcino
er salame e er cotechino
ce lo facci onestamente
cor maiale solamente
che sinnò li drento c’è
tutta l’arca de Noè.

Manna er freddo e manna er sole
tutto quello che ce vole
pe’ fa bene a la campagna
che sinnò qua nun se magna.

Manna l’acqua che ricrea
che sinnò la sora Acea
ogni vorta che nun piove
s’impressiona e fa le prove
pe’ potè facce annà a letto
cor lumino e er moccoletto.

O gran Santo benedetto
fa che ognuno riabbia un tetto.
La lumaca, affortunata,
cià la casa assicurata
che la porta sempre appresso…
fa pe’ noi puro lo stesso…
facce cresce su la schina
una camera e cucina.

Fa che l’oste, bontà sua,
pe’ fa er vino addopri l’uva
che sinnò quanno lo bevi
manni giù l’acqua de Trevi.

Così er vino fatto bene
fa scordà tutte le pene
e te mette l’allegria.
Grazzie tante…
accusì sia!

Ora che sei più erudito su cosa siano i bignè di san Giuseppe e sul perché siano diversi dalle zeppole, non ti privare della gioia di averli a tavola il giorno della festa del papà. Siamo pronti a portarteli entro le 16 di giovedì.